Particolare della porta di Limnatèra. Immagine dal pannello informativo originale.

Gragnana e la sua storia

Il progetto Toponimi di Gragnana: una mappa interattiva e sette racconti tra antiche porte, mulini, strade e memoria del paese. Ricerca storica e testi di Marco Borghini.

Gragnana · Progetto Toponimi 2026

Sette luoghi raccontano la storia del paese attraverso i nomi che la comunità ha custodito nel tempo.

Antiche porte, mulini, strade e luoghi della vita quotidiana: questa pagina raccoglie testi, fotografie e documenti dei pannelli informativi disposti a Gragnana.

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Gragnana e la porta di Limnatèra. Immagine dal pannello informativo originale.
A.S.M., XVII secolo: ricostruzione iconografica di Gragnana con Limnatèra.

Orientati nel paese

La mappa dei luoghi

I sette numeri corrispondono ai pannelli informativi. Seleziona un punto o un nome nell’indice per raggiungere il racconto.

Mulino Bernucci

Il mulino della Vicinanza di Gragnana del XVII secolo

Il Mulino Bernucci a Gragnana in una fotografia del 1983.
Il mulino Bernucci a Gragnana (foto Michelino, 1983). Dalla tesi di Claudio Musetti.

Nel 1619, a fronte delle aumentate esigenze della comunità, i Consiglieri della Vicinanza di Gragnana stanziarono la somma di 40 scudi per la realizzazione di un nuovo mulino a sud del villaggio, capace di incrementare la crescente richiesta di molitura che il piccolo mulino di via Noceto, da solo, non poteva più assicurare.

Un progetto per la comunità

Fu costruito sopra uno sperone di roccia tra il Ninfale e il canale della Chiesa. Tutto era sovradimensionato: il muro che reggeva le grosse sollecitazioni della ruota era fatto con blocchi di marmo e anche le altre mura erano di notevole spessore. Era dotato di due entrate separate dal mulino che davano accesso ai locali destinati alla famiglia del mugnaio e a capienti magazzini.

Per il suo tempo fu utilizzata una tecnologia d’avanguardia. Il mulino era fornito di due palmenti, azionati da un’enorme ruota di 7 braccia di diametro inserita all’interno del mulino stesso, ben protetta e coadiuvata da una serie di complessi ingranaggi che ne aumentavano la potenza.

L’acqua e la tecnologia

Era alimentata da una gora che prendeva l’acqua a circa 80 metri a monte del Ninfale: l’ambizioso progetto di captazione prevedeva infatti un innalzamento del letto del fiume di circa 15 metri, che fu poi realizzato fisicamente da uno sbarramento con massi ciclopici ancora visibili oggi.

In sintesi, questa briglia ha alzato il livello del torrente e mantenuto, con lo stramazzo a sinistra, il flusso costante dell’acqua per la gora e regolato il livello, scaricando a destra la minima eccedenza d’acqua e, durante le piene, la massima.

Questo sistema si rivelò ottimale. Il mulino poteva lavorare notte e giorno lungo tutto l’anno e, a differenza del mulino Rabò che necessitava di tanta acqua, manteneva la piena efficienza anche quando si riduceva la portata del Ninfale.

Nei quasi due secoli successivi la tecnologia del mulino fu migliorata e mantenuta in efficienza, permettendo un costante lavoro per la Vicinanza di Gragnana.

Dalla Vicinanza alle famiglie di Gragnana

Con il dominio napoleonico vennero abolite le Vicinanze e confiscati tutti i loro beni collettivi come mulini, frantoi, boschi, pascoli e castagneti.

Dopo la caduta di Napoleone la granduchessa Maria Beatrice, nella Restaurazione, li tenne per la Camera Ducale per poi venderli o darli a livello. Dagli estimi prediali del 1824 si evince che il mulino fu acquistato da una società di Gragnana. Nel 1875 risulta la gestione del mugnaio Rosario Biselli e, nei circa 30 anni successivi, dei coniugi Maria Pom e Giusti Pietro dei Rabò. Al termine della prima guerra mondiale del 1915/18, il mulino fu acquisito da Primino Frediani che vi sviluppò anche l’omonimo pastificio.

A seguito del trasferimento del pastificio Frediani presso l’odierno palazzo Piccini a Gragnana, il mulino fu acquistato da Amalia Bernucci dei Gianare’, alla quale anni dopo subentrarono come affittuari la figlia Rina Bernucci e il marito Gino Musetti (Ginin), che lo gestirono ininterrottamente anche durante il periodo bellico per poi cessarne l’attività definitivamente verso la metà degli anni ’50. Una famiglia di Gragnana che già vi abitava vi restò fino oltre gli anni sessanta del secolo scorso.

Per alcuni anni il mulino fu ancora utilizzato come magazzino, poi seguì il totale abbandono. Nel 1990 venne ceduto a privati che lo trasformarono in civile abitazione come visibile oggi.

Fotografie e documenti storici (3)

La Radj’a

Rione proiettato, radiato

Fontana pubblica della Radj’a. Immagine dal pannello informativo originale.
Fontana pubblica ottocentesca con vascone in marmo (1883), in una foto del 1953.

Una strada che cambia il paese

Nel 1830 il governo estense diede inizio ai lavori per costruire una nuova strada carrozzabile che collegasse il ducato di Massa e Carrara con Modena e Reggio. Il progetto della Strada Ducale prevedeva, nel primo tratto Carrara-Gragnana, di sistemare la vecchia via Statutaria della Tecchia e, successivamente, con lavori più impegnativi e costosi, di raggiungere e superare il valico della Tecchia alla Gabellaccia.

La strada Carrara-Gragnana presentava strettoie, piccoli guadi, tratti ripidi e instabili, con continui dislivelli. Per renderla percorribile da carri e carrozze fu necessario costruire muri di contenimento, realizzare opere per il deflusso delle acque, ridurre le pendenze e allargare la carreggiata.

Verso la metà degli anni Trenta dell’Ottocento il tratto Carrara-Gragnana fu finalmente aperto al transito di carri, carrozze e barozzi. Da quel momento cambiò molto anche la vita del paese, soprattutto per il fatto che le vecchie mulattiere e i sentieri rurali e montani si incontravano con la nuova e trafficata strada ducale.

Qui, in posizione centrale e strategica, si trovava anche il mulino da grano acquistato e gestito da una società di Gragnana. Posizionato su un vero e proprio “snodo a stella” formato dalle direttrici storiche: da est la mulattiera proveniente dai bacini marmiferi e da Montedarme e dalla costa degli ulivi; da ovest quelle da Sorgnano e Fontia; da nord quelle dalla Lunigiana e dalla Lombardia; da sud la strada per Carrara, i porti e gli approdi liguri.

Un nuovo rione fuori dalle mura

Fino ad allora Gragnana era rimasta quasi interamente raccolta all’interno delle mura medievali. La nuova strada favorì la nascita di case e attività anche all’esterno del borgo. Il continuo passaggio di barrocciai, mulattieri, pastori, viandanti, boscaioli e commercianti aumentò la richiesta di manodopera, di alloggi e di spazi per carri e animali. Dal bivio del Par D’l Mulin fino alla scalinata dei Santi, la vecchia strada e la nuova rotabile correvano quasi parallele, anche se a quote diverse, lasciando tra loro diversi spazi utilizzabili.

Fu proprio in questi spazi che cominciarono a sorgere nuove abitazioni: in basso, lungo la vecchia via Statutaria della Tecchia, e più in alto, di fronte alla via Nòua. Nacque così un nuovo rione, completamente fuori dalle mura. Per questa sua posizione, quasi “proiettata” verso l’esterno, prese il nome di Radj’a.

Le famiglie e le Madunine

Ancora oggi, lungo la via Nòua e la vecchia mulattiera, molte case sono ricordate con il nome delle famiglie che le costruirono: la ca di Giucàn, di Budédi, di Ponzanédi, di B’rtoldi, di Cjauarin, di Frediani, di Rosòn, di F’liciòn, d’l Pret e, infine, la Ca D’la Baglia.

Tra le icone marmoree murate nelle abitazioni del rione, nella casa dei Chiauarin si trova la Madunina più antica tra quelle rimaste a Gragnana, datata 1623 e successivamente traslata.

Fotografie e documenti storici (4)

’L Maganzìn

Il magazzino

Ricostruzione artistica del Maganzìn. Immagine dal pannello informativo originale.
Ricostruzione artistica del Maganzìn di Gabriele D’Aleo (2026).

La sorgente e le lavandaie

’L Maganzìn era il nome dato allo spazio formato dal letto del torrente Ninfale all’ingresso di Gragnana. Qui il corso d’acqua si allargava tra due pareti rocciose, in prossimità di una grande sorgente, per poi restringersi bruscamente più a valle in una stretta gola, detta Casàgj’a.

Per scongiurare rischi idrogeologici, verso la fine del secolo scorso un tratto del torrente, adiacente alla sorgente del Maganzìn, è stato tombato. Sulle opere di consolidamento realizzate per arrestare lo scivolamento del terreno verso il torrente è sorto l’attuale parcheggio.

Il luogo era raggiungibile dall’argine destro tramite un comodo e pianeggiante sentiero proveniente dalla Radj’a che, dopo aver costeggiato una vasta piana coltivata a ortaggi, ben visibile dalla strada, scendeva fino alla sorgente attraverso gradini irregolari realizzati con grosse pietre. L’accesso all’argine sinistro si trovava immediatamente dietro il monumento Il cavatore di Romolo Bondi. Da qui partiva un sentiero più breve, ma ripido e non privo di difficoltà, soprattutto nel superamento della grotta.

In questo piccolo slargo del letto del torrente, immediatamente prima della Casàgj’a, dalla parete di viva roccia dell’argine destro sgorgava, attraverso un pertugio naturale, un copioso getto d’acqua sorgiva. Per le lavandaie era una vera manna e numerose vi giungevano con lenzuola e noli da lavare.

Dalla strada, posta più in alto, era facile scorgere il viavai delle lavandaie lungo il sentiero, con il secchio dei panni portato sulla testa mediante il guarc.

L’osteria della Monica

I lavori per la nuova strada della Spolverina, iniziati nel 1830, si protrassero per oltre vent’anni. Nel giugno del 1851 vi transitò l’imperatrice d’Austria Maria Anna Carolina, proveniente in carrozza da Modena e diretta a Massa, accompagnata dal suo seguito imperiale.

Entrò inoltre in funzione un regolare servizio postale Massa-Modena, che transitava tre volte alla settimana. Negli anni successivi all’Unità d’Italia, la strada divenne sempre più importante e trafficata da carri e carrozze di uomini d’affari e commercianti che facevano la spola tra le zone d’oltre Appennino e il nostro territorio.

Su questa strada Cricca Maria, detta “la Monica” per il suo passato da suora in convento, aprì un’osteria con la licenza n. 1 rilasciata dal Comune di Carrara. Si trattava di una licenza molto ampia, che comprendeva osteria, vendita di generi alimentari e caffetteria. Fu la prima a Gragnana.

L’osteria era fornitissima: oltre ai generi più comuni, non mancavano spezie, caffè, liquori e gelati. Le massaie di Gragnana barattavano volentieri farina, fagioli e ortaggi di loro produzione con zucchero, caffè e altri generi finalmente disponibili in paese. Ben presto l’osteria divenne un gradito punto di riferimento per i sempre più numerosi viaggiatori, che vi si fermavano per rifocillarsi, fare compere e degustare il prelibato caffè d’la Monica, da lei tostato e ancora presente nei ricordi degli anziani.

Offriva piatti preparati con prodotti locali e stagionali: pasta e fagioli, zuppe, aringhe e polenta con coniglio, galletto o stoccafisso. La sua specialità, assai apprezzata e richiesta, era proprio lo stoccafisso, che necessitava di una lunga lavorazione e di frequenti ricambi d’acqua.

Il magazzino che ha dato il nome al luogo

Per ovviare a questa necessità, la Monica allestì, nell’anfratto vicino alla sorgente, un piccolo casotto in pietra che, grazie alla posizione ombreggiata, consentiva di mantenere al fresco vari generi alimentari. Vi era inoltre, cosa fondamentale, una conca scavata nella roccia per l’ammollo dello stoccafisso. Il tutto era chiuso da un robusto portoncino munito di lucchetto.

Questo casotto ha così dato il nome al luogo: “’L Maganzìn”, ovvero il magazzino… della Monica.

La figlia di Maria Carolina, la “Carò”, continuò l’attività sino alla fine della seconda guerra mondiale. Il nipote Gino, nel dopoguerra, ne fece un bar con TV e biliardo. Negli anni ’60 fu acquistato e rimodernato da Franca Secchiari che, da lei gestito, divenne quello che fu il mitico bar “Ciambellino”.

Fotografie e documenti storici (2)

Via Crosa

La strada delle quattro porte

L’inizio della salita di Via Crosa. Immagine dal pannello informativo originale.
Gragnana, inizio salita Via Crosa, XVII secolo: foto del Disegno per il Principe.

La parola Crosa è un antico toponimo medievale di origine ligure, reso celebre dal brano Creuza de mà di Fabrizio De André. Essa sta a indicare un ripido stradello, una stretta mulattiera simile a un fosso, che si inerpica e si fa spazio lungo il territorio che percorre.

Una strada intorno alle mura

A Gragnana, l’antica via Crosa ancor oggi, partendo dal torrione sud rasente le mura, raggiunge la Montata, poi sale sino al suo apice alla Tora. Da qui, sempre rasentando esternamente le mura di cinta del villaggio, scende sino alla località Porta e da qui raggiunge l’attuale via Risorgimento, oltrepassa Capcauàd, poi la porta di Limnatèra e si ricongiunge dopo un giro completo al torrione sud.

La via Crosa collegava così, tra loro, fuori dal perimetro del paese, le quattro entrate principali con le loro diramazioni stradali. Le mura del borgo furono realizzate dalla fiera e autonoma Vicinanza di Gragnana, a protezione della comunità tutta. La via Crosa era l’equivalente di una vera e propria tangenziale agricola e commerciale.

Le quattro porte

La porta della Montata a sud
Da qui usciva la strada principale del borgo che portava alla chiesa fuori dalle mura e ai terreni coltivati della bassa costa.
La Tora ad est
Era l’accesso al castello. Da qui partivano due direttrici per l’epoca molto importanti: a sinistra per il borgo di Vecchiorla e l’Alpeggio di Campocecina e a destra per l’alta costa, Montedarme e i bacini marmiferi.
La Porta nord
Usciva da qui, dopo aver attraversato il paese, la strada proveniente dalla porta della Montata che si collegava direttamente con la via comunale della Tecchia. A testimonianza del passato, il quartiere sorto esternamente in prossimità di questo sito è ancor oggi detto Alla Porta.
Limnatèra, porta ovest
Era prospiciente il bivio di Capocavallo dal quale partivano due importanti mulattiere che, dopo aver attraversato la Lunigiana orientale e occidentale, entravano per i valichi appenninici nel territorio lombardo, “La Lumbardìa”. Così, qui, era chiamato il territorio oltre Appennino.

Dopo l’ultima guerra questa strada fu intitolata al partigiano Renzo Matazzoni. Ancor oggi però, facilmente, i gragnanini la identificano come la “Via Crosa”.

Il nome nelle fonti antiche

Fra gli scritti di anonimo a Genova nel sec. XIII, frequente compare la frase “il fosao croso” a cui corrisponde in latino medievale la ricorrente frase “via qui dicitur Crosa” (1011, 1026, 1118).

Era di fatto uno stretto e incavato percorso ricavato “rosicchiando” la striscia di terreno immediatamente a ridosso di tutto il perimetro murario a protezione del paese. La via Crosa collegava così, tra loro e fuori dalle mura, in modo strategico e funzionale le quattro entrate principali: ad ovest Limnatèra, a sud La Montata, ad est La Tora e a nord La Porta.

Fotografie e documenti storici (1)

Limnatèra

Liminaterrae

Particolare della porta di Limnatèra. Immagine dal pannello informativo originale.
A.S.M., XVII secolo, Gragnana (particolare).

A Gragnana, il toponimo Limnatèra indica il piccolo spazio immediatamente interno a quella che un tempo era la porta del paese, dalla quale prende il nome. Delle quattro porte principali, è questa l’unica porta che ci sia pervenuta raffigurata in una raffigurazione commissionata dal principe nella prima metà del XVII secolo.

È tutt’oggi ancora in attività l’ottocentesco forno di Isolina Briselli, poi di Zambìr e oggi di Angiulìn.

La porta e le rughe

Da qui, ancora oggi, è possibile raggiungere rapidamente la piazzetta principale, attigua alla torre, nella parte più alta del borgo. Ciò è possibile grazie alle volte centrali che collegano tra loro le stradine interne dell’impianto romano, dette rughe, indicate sulla mappa catastale, che, parallele tra loro, salgono verso le quote più alte e sono raccordate dalle gradinate laterali, indicate in arancione.

Un nome latino ancora vivo

Questa epigrafe, lasciataci dal prof. Terzano Renato Pom, spiega l’antico toponimo Limnatèra.

Questo luogo apparentemente insignificante, così povero e triste e quasi squallido comunque si denomina nel dialetto corrente e ancora ben vivo di questa comunità di Gragnana.

Limnatèra

Un toponimo senz’altro glorioso perché forse unico e sicuramente primo per complessi di articolazione ed esplicita chiarezza latina di tutta la Toscana nord occidentale.

Liminaterrae

Ingresso alla terra, al borgo murato, alle case ai focolai inviolabili. Quanta densità di storia si può inerpicare segreta su per un suono divenuto nella mente di chi pronuncia, e di chi lo recepisce, normalmente assolutamente insignificante soltanto conveniente ed alludente a ben preciso sito.

Terzano Renato Pom

Angiulìn ’l fornar d’ Limnatera

A Gragnana Limnatera
a dé propi la porta d’l paés,
lì a ji’è armàs, d tanti ché ain’ér,
d’ult’m forn che mò a s’ pò ’vdér
gji’è ’l forn d’Angiulin,
pu che ’n fornar ’n artista…

Tonina Tessa Borghini
Fotografie e documenti storici (2)

Capcauàd

Capocavallo

Veduta di Gragnana con il sito di Capcauàd. Immagine dal pannello informativo originale.
A.S.M., XVII secolo. Veduta di Gragnana con il sito di Capcauàd.

Questo luogo era l’ultima sosta prima di affrontare il viaggio lungo le mulattiere di montagna, percorse da carovane formate da 20–30 muli, che attraversavano i passi appenninici verso quella che, qui a Gragnana, era chiamata la Lumbardìa.

Dal piano saliva un piccolo tratturo, non troppo impegnativo, che seguiva il corso del fiume lungo la sponda sinistra e permetteva anche ai cavalli someggiati, oltre che ai muli, di trasportare le varie merci fino a questa stazione.

Capolinea del cavallo

Le due mulattiere che proseguivano, a sinistra verso Castelpoggio, Monte Forca e poi Pulica, e a destra per la via della Tecchia, verso il passo della Gabellaccia, Tenerano, i magazzini di Fivizzano e l’oltre Appennino, non erano più adatte ai cavalli, che venivano quindi fermati e sostituiti con muli e asini.

Da qui il toponimo “Capcauàd”, Capocavallo: capolinea del cavallo.

Nei pressi vi erano, oltre alle stalle, la bottega del maniscalco, un mulino e un frantoio. Dato che oltre l’Appennino vi era un’abbondante offerta di grani da macinare e una grande richiesta di olio e sale, la posizione strategica di Capocavallo era del tutto evidente.

La sosta, che poteva essere anche lunga, permetteva il carico e lo scarico delle merci e, cosa importante, garantiva biada, acqua e riposo ai quadrupedi. Era d’obbligo il controllo del maniscalco e, se necessario, il suo intervento, affinché gli animali ripartissero con una ferratura in ordine.

Una stazione lungo le vie del commercio

Capcauàd era il “motore” del borgo: qui, nei pressi del frantoio e del mulino, si accoglievano e si smistavano le merci provenienti dal Nord Europa e dagli approdi e porti della costa ligure. Queste direttrici, che valicavano l’Appennino e raggiungevano anche il lontano Nord Europa, possono essere considerate l’equivalente delle odierne autostrade; le carovane di muli che le percorrevano, invece, erano paragonabili ai nostri moderni TIR.

Fotografie e documenti storici (3)

Mulin d’ Rabò

Il Mulino Giusti

Il Mulino Giusti con le gorette. Immagine dal pannello informativo originale.
Il Mulino Giusti con le “gorette” in evidenza. Dalla tesi di Claudio Musetti (1983).

La documentazione della famiglia evidenzia l’esistenza del mulino già circa 770–780 anni fa, mentre in un censimento dei mulini del 1482 è documentato un mulino in via Noceto, nella Vicinanza di Gragnana.

L’ultimo mugnaio Giusti Giustino si ritirò dall’attività nel 1957.

Come funzionava il mulino

Il mulino funzionava con una ruota idraulica orizzontale mossa dalla caduta dell’acqua, prelevata a monte del torrente Ninfale da una gora che costeggiava il lavatoio. Dopo un passaggio sottostrada, l’acqua veniva convogliata, tramite due gorette in pietra strette e inclinate per aumentarne la velocità, verso l’asse delle rispettive macine, facendole così ruotare e mettendole in movimento.

La farina veniva raccolta e insaccata; il mugnaio tratteneva come compenso una parte del prodotto, detta moldura.

Le due macine avevano caratteristiche diverse: una in macigno di Gragnana, pietra arenaria di grana molto fine e durissima, era specifica per castagne; l’altra era più adatta al grano e al granturco.

La farina di castagne

La farina di castagne che produceva questo mulino era frutto di tecniche e automatismi secolari.

Un vero e proprio disciplinare ante litteram prevedeva che le castagne non dovessero essere portate al mulino in caso di pioggia e che dovessero scendere dalla tramoggia alla macina lentamente, una alla volta. Inoltre, era obbligatorio mantenere il fuoco sempre acceso per garantire l’adeguata umidità. Il resto dipendeva dalla qualità della pietra, dalla giusta velocità e dalle peculiari regolazioni del mugnaio.

Una presenza fondamentale per Gragnana

A Gragnana i mulini furono per secoli una presenza fondamentale nella vita quotidiana e conferirono prestigio e crescita economica al borgo. Grazie all’acqua del Ninfale il paese poteva servire non solo i propri abitanti, ma anche le comunità vicine come Noceto e Castelpoggio, che non disponevano di mulini, e soddisfaceva la richiesta dei grani provenienti dalla Valle Padana.

Le caratteristiche essenziali di questo mulino ne indicano chiaramente le origini medievali. Sono giunti a noi la sua struttura originaria e numerosi elementi del lavoro: le macine, la tramoggia di carico, gli ambienti voltati e i canali di pietra che portavano l’acqua alle pale.

Una ruota in ferro serviva per il grano; l’altra, in legno, per le castagne, perché più leggera e veloce, ma con maggior bisogno di manutenzione. Le pale erano infatti soggette a usura e rotture; il mugnaio le sostituiva rapidamente, costruendole in legno di olmo, più flessibile e resistente in acqua.

Dagli estimi prediali del 1824 risulta che il mulino era dato a livello a una società di Castelpoggio. Piccolo ma prezioso per la comunità, il mulino di Rabò rimase attivo fino al 1958, quando la scarsa remuneratività del lavoro e la scarsità d’acqua ne causarono la definitiva inattività.

Fotografie e documenti storici (4)

Una memoria condivisa

Ricerca storica e testi: Marco Borghini.
Fotografie, mappe e documenti: crediti indicati nelle singole immagini e nei cartelli originali.
Ricostruzione artistica del Maganzìn: Gabriele D’Aleo (2026).
Epigrafe di Limnatèra: Terzano Renato Pom. Versi: Tonina Tessa Borghini.

Progetto Toponimi Gragnana 2026 · Comune di Carrara · Pro Loco Gragnana · UNPLI · Nausicaa.

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